«Forse possiamo darne via almeno uno all’orfanotrofio?» mi disse il marito quando venne a trovarmi in maternità.
Arina non era mai stata una di quelle che cercano di afferrare le stelle dal cielo. Era nata e cresciuta in un villaggio, in una semplice famiglia contadina, dove perfino un pezzetto di burro sul pane era una festa.

Al mattino le galline, di giorno l’orto, la sera ad aiutare la madre. Così cresceva: modesta, poco esigente, ma buona e laboriosa.
Fin da ragazza non le mancavano corteggiatori: i ragazzi del posto uno meglio dell’altro. Ma il cuore di Arina taceva.
Finché un’estate al villaggio non arrivò Vladimir, uomo robusto, sicuro di sé, di dieci anni più grande.
Si diceva che in città avesse diversi negozi di frutta e verdura.
Un ricco, per i canoni del villaggio. Le donne gli giravano intorno come mosche al miele. E lui, all’improvviso, fece attenzione proprio ad Arina.
«Tu non sei come le altre», le disse una sera, mentre passeggiavano lungo il fiume. «Con te è tutto tranquillo.»
Lei arrossì. All’inizio non ci credette. Ma dopo qualche mese Vladimir le chiese di sposarlo.
Il matrimonio fu semplice, nel club del villaggio. Ma ad Arina non importava lo sfarzo: le bastava che lui fosse accanto, che la amasse.
Si sforzava sinceramente di essere una buona moglie: cucinava, lavava, puliva, stirava le sue camicie.
La mattina al mercato a comprare verdura fresca, la sera la cena calda pronta. Sembrava che Vladimir fosse contento.
Ma freddo. Distaccato. Non la guardava negli occhi. Non le prendeva la mano. E neppure le diceva «ti amo».
Arina cercava di non farci caso. «Gli uomini non sono come noi», si consolava.
Credeva che col tempo si sarebbe abituato, si sarebbe aperto. E quando una sera a cena lui disse che bisognava pensare ai figli, il cuore di lei sussultò. Ecco! Vuol dire che desiderava davvero una famiglia. Una vera.
Per la prima volta Arina si sentì davvero felice.
La vita scorreva tranquilla. Lei non si lamentava: la casa in ordine, il marito al lavoro, i soldi non mancavano.
Sognava già: la mattina avrebbe preparato le frittelle al figlio, la sera letto le favole alla figlia.
Vladimir parlava sempre più spesso di «figli» al plurale, e Arina sperava in silenzio che presto il sogno si sarebbe avverato.
E si avverò.
Quando sul test comparvero due linee, come un lampo, Arina pianse di felicità a voce alta.
Aspettava. Sarebbero diventati una vera famiglia. Completa.
La reazione di Vladimir fu fredda, quasi secca:
«Capisco. Bisogna prepararsi.»
Arina sorrideva nonostante una lieve delusione.
«Gli uomini non sanno esprimere i sentimenti», si rassicurava. L’importante è che non fosse contrario. Che non fosse scappato.
Si iscrisse al consultorio, prese vitamine, passeggiava all’aria aperta.
Tutto andava bene. Finché l’ecografia non le sconvolse il mondo.
«Aspetta tre gemelli», disse la dottoressa quasi con indifferenza. «Due maschi e una femmina.»
Arina per un attimo perse la parola. Tre gemelli. Non uno, non due — tre. Tre bambini dentro di lei. Tre cuori.
Uscì dallo studio come in trance.
Si sedette su una panchina davanti all’ospedale, mise la mano sul ventre e sussurrò:
«Ma… sul serio?»
Da una parte la felicità. Immensa, folle, fiabesca.
Dall’altra la paura. Non per sé. Per Vladimir.
Se lo immaginava già, corrucciato, con la fronte aggrottata a dire:
«Tre? Sei impazzita? Dove li mettiamo tutti?»
Conosceva quel suo lato cauto, calcolatore.
Quel Vladimir che non spendeva mai più del necessario, le comprava vestiti solo in saldo e calcolava sempre tutto in anticipo.
Così decise di tacere. Almeno finché non fosse stato troppo tardi per cambiare qualcosa.
Che si abituasse all’idea di diventare padre. Poi sarebbe stato impossibile tornare indietro.
Arina accarezzava il ventre, in cui cresceva la tripla speranza, e ripeteva:
«Voi siete miei. Qualunque cosa accada. Non vi darò a nessuno.»
Il tempo passava. La pancia cresceva in fretta — troppo in fretta.
Arina sempre più spesso sentiva gli sguardi dei passanti, e sempre più difficile era nascondere la verità.
Dentro di lei crescevano tre bambini. Tre. Piccoli, vivi, veri.
E Vladimir sembrava non accorgersene.
Come sempre tornava tardi, evitava i discorsi, diceva:
«Sono stanco. Ne parliamo domani.»
Ma il «domani» non arrivava mai.
Alla fine Arina decise di parlargli con cautela. Una sera, mentre lui cenava, gli versò la minestra, si sedette accanto e disse:
«Volodia, sono stata all’ecografia.»
Lui non staccò lo sguardo dal telefono.
«E allora? Tutto bene?»
Lei si contrasse.
«Non avremo un solo bambino.»
«Gemelli?» borbottò lui, stanco.
«Tre gemelli», sussurrò lei.
Lui alzò lo sguardo. La fissava, come se non capisse.
«Sei seria?»
«Sì. Due maschi e una femmina.»
Tacque. Poi si alzò senza finire la cena, prese le chiavi:
«Ho un incontro. Ne parliamo dopo.»
La mattina seguente Arina si sentì male. Nella testa nebbia. Andò a lavare i piatti, si prese il ventre. Doglie. Panico.
Vladimir irraggiungibile. Telefono spento. Chiamò lei stessa l’ambulanza, preparò da sola la borsa e andò in ospedale.
Il parto fu difficile, ma i tre gemelli nacquero sani. Tre piccoli fagottini.
Dopo due giorni, una telefonata. Vladimir.
«Dove diavolo sei?!» urlò. «Te ne sei andata senza dire niente! Io lavoro e tu sparisci così?!»
«Sono in ospedale, Volodia», rispose lei calma. «Ho partorito.»
«Che cosa?»
Quando arrivò, teneva in mano un sacchetto di pannolini. Vide i bambini e impallidì.
«Sono tutti nostri?»
Arina annuì.
Si sedette. Tacque a lungo. Poi alzò la testa e disse a fatica:
«Forse… portiamone almeno uno all’orfanotrofio? Almeno uno. Sarebbe un bel risparmio.»
All’inizio Arina non volle credere che parlasse sul serio. Poi si alzò in silenzio, gli si avvicinò e disse pacata:
«Prendi i tuoi pannolini e vattene.»
Vladimir perse il controllo: cominciò a urlare, a indignarsi, la chiamò sciocca, disse che lo aveva «incastrato», parlò di spese, di come non fosse nemmeno sicuro che fossero suoi figli.
Poi sbatté la porta ed è sparito. Per sempre.
Arina guardava fuori dalla finestra. Sul davanzale rimase la sua borsa.
E accanto, nelle culle trasparenti, dormivano pacificamente i suoi tre neonati.
I suoi figli. Il suo senso. Il suo futuro.
Lei non pianse.



