«Mia madre mi ha detto di mettere un sonnifero nel tuo tè!» – sbottò mio marito ubriaco, gettandomi a bruciapelo quelle parole mentre mi abbracciava in cucina… Io mi limitai a sorridere – e feci qualcosa che poi entrambi avremmo rimpianto.

INTERESSANTE

Durante il giorno aleggiava nell’aria una sensazione densa, appiccicosa, simile a una marmellata.

Era come un rumore fastidioso che l’orecchio non percepisce ancora, ma che pulsa nelle tempie con un battito sordo e sgradevole.

Così accade quando due cuori battono a lungo allo stesso ritmo, e poi all’improvviso uno sbandando va fuori tempo – e l’altro lo sente a chilometri di distanza.

Cercai di soffocare l’ansia con il lavoro, la musica ad alto volume, caffè forti – inutilmente.

Quel cattivo presentimento sbocciava in me come un fiore velenoso, e verso sera ero già certa che sarebbe esploso del tutto.

Zoltán tornò a casa un’ora più tardi del solito. Lo sbattere della porta fu come un colpo di pistola che spezza il silenzio dell’appartamento.

Non gridò «Sono tornato!», come faceva sempre.

Nell’ingresso si distendeva un silenzio teso, interrotto solo dal fruscio ruvido del suo cappotto.

«Com’è andata la tua giornata?» – gli chiesi dal salotto, e la mia voce suonò sorprendentemente forte.

«Hm? Ah… bene» – borbottò con indifferenza.

Entrò in cucina senza nemmeno dare un’occhiata verso di me, senza baciarmi sulla testa, come aveva fatto mille volte.

Io restai seduta, le dita strette convulsamente sui braccioli della poltrona, ascoltando il rumore dell’acqua che versava, del suo deglutire, dei sospiri.

La serata era già rovinata, ma non immaginavo ancora quanto.

A cena quasi non disse una parola, masticava come se stesse scontando una punizione.

Poi si alzò, aprì il frigorifero, tirò fuori una birra. Poi un’altra.

E allora, sotto l’effetto dell’alcol, sembrò trasformarsi. Dal cupo e taciturno Zoltán divenne all’improvviso loquace, eccessivamente libero.

Rideva forte senza motivo, raccontava barzellette di cattivo gusto, mi dava pacche sulla spalla.

Quella allegria finta era più spaventosa del suo silenzio. Poi, come inciampando in un suo pensiero, dichiarò:

«Vado da mia madre. Ha detto che devo aiutarla con qualcosa. Una mensola, mi pare.»

«Adesso? È quasi l’una» – mi sfuggì. – «Non può aspettare domattina?»

«No. Ha chiesto proprio adesso» – Zoltán stava già mettendosi il cappotto, il viso mezzo nell’ombra.

Il suo sguardo saltava ovunque: muro, pavimento, soffitto – tranne che verso di me.

Non avevo la forza di discutere. Che andasse. Che facesse ciò che voleva. Sua madre, Ilona Juhász, viveva ai margini della città in una vecchia casa un po’ umida, con odore di erbe medicinali.

Il nostro rapporto era come una fragile tregua tra due paesi nemici.

Non c’era guerra aperta, ma sotto il sottile strato di cortesia si stendeva un gelo profondo.

Zoltán era il suo unico figlio, il suo orgoglio, la sua proprietà. La mia presenza, per lei, era un affronto, un’invasione del suo “territorio sacro”.

Zoltán tornò ben dopo mezzanotte. Fingeva di dormire, ma io avevo i nervi tesi come corde. Lo sbattere della porta fece vibrare il vetro della vetrina.

Dall’ingresso venne un tonfo sordo – aveva preso a calci la scarpiera. Poi trascinò i piedi, borbottò, lasciò sfuggire una bestemmia strozzata. Mi alzai, indossai la vestaglia e andai nel corridoio.

Da lui emanava odore di alcol – e qualcos’altro. Qualcosa di amaro, forte… cognac costoso.

Di quello che Ilona tirava fuori solo per “ospiti speciali”.

In cucina, sotto la luce accecante del lampadario, provava a versare acqua dalla caraffa. La mano gli tremava, l’acqua cadeva fuori, lasciando una pozza.

«Faccio io» – dissi piano, prendendogli la caraffa. Le nostre dita si sfiorarono – erano gelide.

«Guarda un po’, Timi non dorme!» – esclamò troppo allegro, abbracciandomi per le spalle.

«Pensavo fossi già tra le braccia del Signore dei Sogni! Vedi che parole so usare!»

«Non c’è da stupirsi che non dorma, se mio marito sparisce di notte» – gli misi davanti l’acqua. – «Zoltán, cos’è successo? Ti comporti in modo strano.»

Bevve tutto il bicchiere d’un fiato e lo posò con tale forza che sobbalzai.

«Niente. Stavo da mia madre, abbiamo parlato. Anche di te» – tentò di strizzare l’occhio, ma gli riuscì solo una smorfia distorta.

«Di cosa avete parlato così a lungo?»

Mi abbracciò allora, stretto, quasi soffocante.

«Di te, di chi altri?» – ridacchiò. – «Secondo mia madre lavori troppo. Dice che così si rovina il carattere di una donna. E tu… beh, non sei mai stata una donnina zuccherosa.»

Lo stomaco mi si contrasse. Il suo disco preferito: “troppo lavoro distrugge una donna”.

Lei pensava che una moglie dovesse aspettare il marito sulla porta con focaccine calde, non con bilanci finanziari.

Il fatto che a volte guadagnassi più di Zoltán era per lei come spine sotto le unghie.

«Mia madre ti vuole molto bene» – continuò a borbottare, stringendomi quasi dolorosamente. – «A modo suo. Vuole che tra noi sia tutto perfetto.»

«Lo so» – cercai di sgusciare via dal suo abbraccio. – «Dai, andiamo a dormire. Domani si lavora.»

Ma non mi lasciò.

All’improvviso si chinò vicino al mio orecchio.

«Ha detto…» – sussurrò. – «Che dormiresti meglio con un piccolo aiuto.»

«Che tipo di aiuto?»

«Ha detto di mettere un sonnifero nel tuo tè!»

Rimasi di pietra.

L’aria sembrò allungarsi, addensarsi.

«Zoltán… ho sentito bene?»

Lui ridacchiava, come se avesse raccontato uno scherzo innocuo.

«Sì! Un sonnifero! L’ha detto la mamma! Che ti farebbe bene una bella dormita lunga!»

«Zoltán… tu stai bene?»

Zoltán scoppiò a ridere – un riso basso, rauco, come se qualcosa in lui si fosse spezzato definitivamente.

Un brivido gelido mi percorse la schiena con tale forza che mi tremarono le ginocchia.

«Ma dai, non esagerare» – mormorò, cercando di guardarmi negli occhi.

«Mia madre voleva solo aiutare. Ha detto che è innocuo. Beh… quasi innocuo. Solo… per farti calmare un po’.»

Feci un passo indietro. Non so nemmeno se se ne accorse. O forse finse.

«Zoltán… tu davvero… volevi metterlo?» – chiesi, sentendo la mia voce tremare.

Per un attimo parve imbarazzato. Le dita tamburellavano sul tavolo, lo sguardo correva ovunque come quello di uno studente scoperto a mentire.

«Ah… no. Non ho fatto in tempo» – balbettò alla fine. – «Il tè l’avevi già bevuto. Domani magari.»

Rimasi impietrita.

«Quindi… volevi davvero farlo?»

Allora esplose, come un fiammifero che si spezza male.

«Perché devi farne un dramma?!» – urlò.

«Volevo solo il tuo bene! Volevo aiutarti! Ti lamenti sempre, sei sempre tesa! Mia madre ha detto che…»

– A una donna normale…? – mi avvicinai. – È questo che vuoi dire? Che la “donna normale” dovrebbe ricevere sonniferi se non ti piace come vive?

– Non fare una scena – agitò a leggera la mano. – Sarebbero state solo poche gocce.

Quel qualcosa che da giorni mi stringeva il petto semplicemente scomparve.

Come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Dentro tutto si appianò, si irrigidì, diventò calmo.

– Vieni – dissi piano. – Andiamo, lavati il viso. Non stai bene.

Si alzò obbediente e mi seguì barcollando lungo il corridoio. Oscillava come un bambino che non ha più forze.

Ogni suo passo era come una lama nel mio petto — eppure continuai a guidarlo.

In bagno aprii l’acqua fredda. La luce riflessa sulle piastrelle era gelida e spietata.

– Abbassati – dissi. Lui obbedì.

Gli sciacquai il viso, e per un attimo sembrò che l’acqua lo avesse riportato in sé. Mi guardò, e nei suoi occhi vidi un solo colore: una spaventosa, infantile smarritezza.

– Timi… – sussurrò. – Io… volevo solo il tuo bene.

– Lo so – risposi piano. – Anch’io.

Ma quel “anch’io” ora significava tutt’altro. Lo portai in camera. Crollò sul letto quasi subito. Lo coprii, spensi la luce.

– Timi… non sei arrabbiata… vero? – mormorò.

– No – risposi.

Si addormentò. In modo profondo, inquieto. Io invece andai in cucina.

Sul bancone c’erano la bottiglia di birra mezza vuota, il bicchiere, e accanto a essi – quella piccola scatolina bianca. La presi. La girai. Lessi.

Propranolol. Un forte sedativo con effetti importanti, pericoloso a dosi elevate.

Dunque Ilona non voleva “solo calmarlo un po’”. Voleva mettermi da parte.

I miei pensieri divennero all’improvviso cristallini. Al posto della paura che mi pulsava alla gola arrivò una calma glaciale.

Mi sedetti. Presi il telefono. E iniziai a scrivere. Non un messaggio isterico. Non una minaccia. Non un pianto.

Una nota precisa, legalmente impeccabile. Con data, foto, descrizione di come e cosa volevano farmi. Se avessi voluto, con un clic sarebbe stata alla polizia.

Non l’ho scritta per inviarla. L’ho scritta per averla con me.

Quando finii, rimasi seduta in silenzio per lunghi minuti. La decisione nacque dentro di me lentamente, naturalmente, senza alcuna forza esterna.

Mi alzai. Presi una valigia da viaggio. E iniziai a fare le mie cose.

La mattina dopo Zoltán strisciò in cucina con un’espressione da uomo che si spaventa persino della propria ombra. Si sedette. La sua mano tremava.

– Timi… – mormorò piano. – Ieri sera… mi sono comportato malissimo. Lo so. Io… non volevo dire quello.

Posai davanti a lui un bicchiere d’acqua. Con cautela. Con calma.

– Invece sì, Zoltán. È proprio quello che volevi dire. Lui sobbalzò.

– Io… mia madre voleva solo… proteggere il nostro matrimonio. Lavori troppo. Non dormi bene. Voleva solo…

– Zoltán – lo interruppi, posandogli il telefono davanti. – Leggi questo.

Lo prese. I suoi occhi scorrevano sulle righe, poi tornavano indietro, ancora e ancora. Il petto gli si sollevava sempre più velocemente.

Poi alzò lo sguardo. E per la prima volta vidi in lui qualcosa che non avevo mai visto. Terrore vero.

– Timi… tu… vuoi inviarlo?

– Forse sì – scrollai le spalle. – Per ora no. Dipende da te.

– Posso rimediare a tutto – balbettò. – Dirò a mia madre che…

– No – lo interruppi. – A lei non devi dire niente. Devi dirlo a te stesso.

Non capiva.

Continuai: – Zoltán… io me ne vado.

Soffocò un verso. Credeva che scherzassi. – Cosa? Tu… tu non puoi andartene!

– Invece sì. E lo farò.

Mi alzai lentamente. Dal lato della cassettiera presi la valigia che avevo preparato all’alba. Indossai il cappotto.

Zoltán si coprì il viso con le mani, come uno che non sa cosa fare.

– Timi… io ti amo…

– Chi ama non mette sonniferi nel tè dell’altro – dissi calma. – Nemmeno se glielo dice sua madre.

Uscii nel corridoio. La mano sulla maniglia.

– E Zoltán… – mi voltai. – Ieri avete detto che volevate il mio bene. Ecco, anch’io voglio il mio bene. Per me stessa.

Aprii la porta. E la chiusi dietro di me. Non misi sonniferi nel suo bicchiere. Non distrussi la scatola.

Non chiamai la polizia. Non feci scenate. Feci solo ciò che non si sarebbero mai aspettati in tutta la loro vita. Me ne andai. E per la prima volta dopo tanto tempo sentii: sto vivendo.

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