— Avete speso tutti quei soldi per questa catapecchia? — Mia suocera sfiorò il davanzale con la punta delle dita e fece una smorfia. — Aram, hai perso completamente la testa?
Il fratello di mio marito, Gor, non entrò nemmeno. Rimase sulla soglia, facendo girare le chiavi della macchina con una mano e coprendosi il naso con l’altra.
— Mamma, andiamocene. Con questa umidità non si riesce a respirare. Questi non hanno comprato una casa, hanno comprato un problema.
Ero in mezzo alla stanza vuota e stringevo il thermos con entrambe le mani. Quella mattina avevo preparato il caffè pensando che avremmo bevuto insieme la prima tazza nella nostra nuova casa.
Avevo portato quattro tazze.
Quel giorno ne tirai fuori soltanto due.

Aram non rispose. Aspettò che la loro macchina scomparisse in fondo alla stretta strada del paese, poi si avvicinò a me.
— Allora, padrona di casa? Me lo offri un caffè?
Sorrisi, ma mentre aprivo la tazza mi tremavano le mani.
Lui se ne accorse.
— Le loro parole non cambiano la nostra casa, Mariam.
In quel momento non sapevo ancora quante volte avrei ripensato a quella frase nel corso dell’anno successivo.
La casa era davvero in cattive condizioni. Sui soffitti di due stanze c’erano tracce d’infiltrazioni, il pavimento della cucina era inclinato e un bagno, in pratica, non esisteva. Un ramo dell’albicocco in cortile si appoggiava al tetto. In alcuni punti mancavano interi pezzi della recinzione.
Ma la prima volta che avevo varcato il cancello avevo visto anche altro.
Grandi finestre esposte a sud. Una piccola dispensa dietro la cucina. Una panchina di pietra nell’angolo più lontano del cortile. E un silenzio nel quale si sentiva scorrere l’acqua del ruscello.
Avevamo vissuto in affitto per sei anni. Per sei anni avevamo telefonato al proprietario prima di piantare un chiodo nel muro. Per sei anni, ogni volta che arrivava un messaggio con l’ennesimo aumento dell’affitto, ci eravamo seduti davanti alla calcolatrice cercando di capire a cosa rinunciare quella volta.
Eravamo riusciti a comprare quella casa con i nostri risparmi. Per la ristrutturazione erano rimasti pochissimi soldi.
Ma la chiave era nostra.
La prima domenica, mentre cominciavamo a staccare la carta da parati, chiamò la madre di Aram.
Il telefono era sul davanzale, con il vivavoce attivato. Avevamo le mani appiccicose di colla.
— Non hai ancora cambiato idea, figlio mio?
— Su cosa, mamma?
— Sulla casa. Vendetela prima di spenderci troppo. Gor ha controllato: in quel paese le persone perbene non comprano casa.
Aram gettò in un sacco la carta che aveva appena staccato.
— Noi l’abbiamo già comprata.
— Lo dico per il tuo bene. Mariam non vivrà soltanto di bei panorami di campagna. Domani finiranno i soldi e sarà la prima a dare la colpa a te.
Rimasi immobile con il raschietto in mano.
Aram prese il telefono.
— Mariam è qui accanto a me. E la casa l’abbiamo scelta insieme.
Poi riattaccò.
Quella sera lavorammo a lungo in silenzio. Non volevo litigare per colpa di mia suocera. E probabilmente Aram non voleva spiegarmi quello che avevo già capito da sola.
Nella loro famiglia Gor era sempre stato considerato quello che aveva avuto successo.
Possedeva un appartamento in un palazzo nuovo in centro, cambiava spesso macchina e amava ripetere:
— Bisogna vivere in modo che si veda.
Aram faceva l’elettricista. Di solito il suo lavoro non si vedeva: cavi sicuri dentro i muri, un quadro elettrico montato bene, prese che non si surriscaldavano di notte.
Io ero contabile e lavoravo soprattutto da casa.
I nostri successi non erano molto adatti a essere fotografati.
Cominciammo la ristrutturazione dal tetto.
Poi sostituimmo le tubature. Quindi scoprimmo che una parte delle travi sotto il pavimento della cucina era marcia. I soldi destinati ai mobili della cucina finirono nel pavimento.
Quando rinunciammo ai pensili chiari che avevo visto in negozio, rimasi in silenzio per tutto il viaggio.
A casa Aram si tolse la giacca e mi chiese:
— Li volevi così tanto?
— Volevo che almeno una cosa fosse già pronta.
Si sedette accanto a me, sull’unica sedia che avevamo ancora intatta.
— Anch’io.
Dopo quelle parole mi misi a piangere. Perché non mi disse di avere pazienza. Non disse che quella casa l’avevo voluta io. Si sedette semplicemente accanto a me e, per qualche minuto, guardammo entrambi il pavimento smantellato.
Il giorno dopo ricominciammo.
Il nostro vicino, l’anziano signor Ruben, vide le vecchie porte e non ci lasciò bruciarle.
— È legno buono. Pulitele e vedrete.
Aveva ragione. Aram le levigava la sera e io le dipingevo. Comprammo maniglie semplici e le vecchie porte diventarono una delle parti più belle della casa.
Per la cucina trovammo mobili usati. Sostituimmo alcune ante, li dipingemmo di un colore chiaro e ordinammo un piano di lavoro nuovo.
Restaurammo il pesante tavolo di legno lasciato dalla precedente proprietaria. All’inizio volevo portarlo via, ma quando pulimmo la superficie comparvero le belle venature del legno.
Ogni volta che qualcosa riusciva bene, scattavo una fotografia.
Una volta ne mandai una nel gruppo della famiglia.
Era la piccola panca che avevamo costruito vicino alla finestra, con morbidi cuscini.
Gor scrisse:
«Il prossimo a essere ristrutturato sarà il pollaio? 😂»
Mia suocera lesse il messaggio e non rispose.
Non mandai più fotografie.
D’estate, dopo il lavoro, cenavamo in cortile. Il nostro tavolo era una tavola appoggiata su due cavalletti da lavoro. A volte eravamo così stanchi che pane e formaggio bastavano per cena.
Una sera Aram guardò le vesciche sulle mie mani.
— Non te l’immaginavi così, la vita, vero?
Ci pensai per un momento.
— Con tutta questa polvere, di sicuro no.
Lui rise.
— E il resto?
Guardai la finestra illuminata della cucina. Per la prima volta dentro c’era una lampada accesa e sul pavimento non c’erano calcinacci.
— Il resto, piano piano, comincia ad assomigliarle.
In autunno due stanze erano già pronte. All’inizio dell’inverno accendemmo il riscaldamento.
La prima neve cadde di notte. Mi svegliai, mi avvicinai alla finestra e vidi il cortile imbiancato.
Aram dormiva ancora.
La nostra camera era calda. Dal soffitto non gocciolava acqua. Sotto la finestra c’era la mia scrivania e, accanto alla porta, la vecchia libreria di suo padre che mia suocera, anni prima, aveva voluto buttare.
Quella mattina preparai il caffè e rimasi a lungo seduta sul pavimento, vicino al termosifone.
Probabilmente fu proprio allora che, per la prima volta, mi sentii davvero a casa.
Mancavano soltanto due mesi al quarantesimo compleanno di Aram quando decidemmo di organizzare una piccola festa.
— Invitiamo anche tua madre e Gor — dissi.
Aram mi guardò.
— Sei sicura?
— È il tuo compleanno.
Annuì, ma rimandò la telefonata di qualche giorno.
Quando finalmente parlò con sua madre, io ero in cucina.
— Festeggiamo a casa, mamma.
Sentii la sua risposta anche senza vivavoce.
— C’è spazio per ricevere ospiti, lì?
Aram rimase in silenzio per un istante.

— C’è. Sabato alle cinque.
Quella settimana pulii le finestre due volte. La terza, mentre ero lì con lo straccio in mano, Aram me lo tolse delicatamente.
— Sono già pulite.
— Lo so.
— Mariam.
Lo guardai.
— Potrebbero dire di nuovo qualcosa.
Mi sedetti stancamente su una sedia.
— Lo so.
Posò lo straccio vicino al lavello.
— Voglio che tu sappia che non sei obbligata a sorridere per tutta la sera.
Sabato arrivarono per primi i nostri amici. Poi il signor Ruben e sua moglie, con una gata ancora calda.
Avevo steso una tovaglia bianca sul tavolo. Aram aveva portato qualche ramo dal cortile e l’aveva sistemato in un vaso di vetro. La legna accanto alla stufa l’aveva già accatastata quella mattina.
La casa profumava di cibo, pane fresco e legno.
Alle cinque e mezza la macchina di Gor si fermò davanti al cancello.
Mia suocera scese per prima. Poi Gor tirò fuori dal bagagliaio una busta lucida con il regalo.
Aprii la porta.
— Buonasera. Entrate.
Mia suocera mise piede nell’ingresso e si fermò.
Il suo sguardo scivolò sulle pareti chiare, sul pavimento di legno e sull’ampio passaggio che conduceva al soggiorno.
Gor per poco non le andò addosso.
— Mamma, perché ti sei fermata…
Poi tacque anche lui.
Per qualche secondo il ticchettio dell’orologio a muro si sentì così distintamente che mi venne spontaneo guardarlo.
Mia suocera si tolse lentamente i guanti.
— Questa… è la stessa casa?
— È la stessa — disse Aram, avvicinandosi.
Gor entrò in soggiorno, guardò il soffitto e poi le finestre.
— Quando siete riusciti a fare tutto questo?
— Ciao anche a te, fratello — sorrise Aram.
Finalmente Gor gli porse il regalo.
Ma durante il pasto continuò a guardarsi intorno. Quando scoprì che i mobili della cucina non erano nuovi, si alzò perfino per osservarli da vicino.
— Non si vede — disse.
Non capii se fosse un complimento o semplice stupore.
Mia suocera rimase a lungo davanti alla libreria. Sfiorò con le dita uno scaffale restaurato.
— È la libreria di tuo padre.
— Sì, mamma.
— Pensavo che fosse andata in pezzi da tempo.
— Aveva solo bisogno di essere rinforzata un po’.
Lei non aggiunse altro.
Quando gli ospiti si furono seduti, Gor alzò il bicchiere.
— Allora, fratello, auguri. Non me l’aspettavo. Avete sistemato proprio un bel posto. Quest’estate veniamo tutti e restiamo qualche settimana. Così anche i bambini respirano un po’ d’aria pulita.
Aram non aveva ancora preso il bicchiere.
— A trovarci potete venire, certo. Per fermarvi, ne parleremo prima.
Gor rise.
— Ma dai, mica siamo estranei!
— Proprio per questo possiamo parlarne prima.
Attorno al tavolo calò un breve silenzio. Cercai la mano di mio marito e la strinsi piano.
Poi il signor Ruben alzò il bicchiere.
— Vorrei dire una cosa. Quando avevamo scoperchiato il tetto di questa casa, cominciò a piovere. Aram era lassù e Mariam, qui sotto, cambiava i secchi. Dissi loro di venire a sedersi a casa nostra finché non fosse passato. Non vennero. Continuarono a coprire tutto fino a sera e soltanto dopo scesero.
Ci guardò.
— Che in questa casa ci sia sempre gente, ragazzi. E che voi abbiate il tempo di sedervi insieme a loro.
Dopo quel brindisi, la conversazione si fece finalmente più libera.
Mangiammo, ridemmo e ricordammo episodi dell’infanzia di Aram. Mia suocera raccontò persino di quando, a nove anni, aveva smontato il ferro da stiro, convinto di poterlo riparare.
— E l’aveva riparato? — chiesi.
— No. Però aveva sistemato tutte le viti in modo molto ordinato.
Aram rideva e all’improvviso mi resi conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che l’avevo visto così sereno in presenza di sua madre.
Dopo che gli ospiti se ne furono andati, mia suocera rimase in cucina.
Io raccoglievo i piatti. Lei prese lo strofinaccio.
— Tu lava, io asciugo.
Per qualche minuto lavorammo in silenzio.
Poi disse:
— Quel primo giorno ho parlato male.
Chiusi l’acqua.
Lei guardava il piatto che teneva in mano.
— Pensavo che Aram si fosse caricato di un peso troppo grande. Ma non era un motivo per rovinarvi la gioia.
Posai il piatto sullo scolapiatti.
— Quel giorno eravamo felici. E avevamo molta paura. Dopo le sue parole ne abbiamo avuta ancora di più.
Annuì.
— Capisco.
Non so se avesse capito fino in fondo. Ma per la prima volta non cercava di spiegarmi che eravamo troppo sensibili.
Quando se ne andò, Aram chiuse la porta e vi si appoggiò.
— Sei stanca?
— Molto.
Guardò la torta rimasta sul tavolo.
— Ne mangi un’altra fetta?
Ci sedemmo in cucina senza nemmeno togliere la tovaglia. Appoggiai i piedi sulla sedia accanto e lui portò due tazze di tè.
— Hai visto le loro facce quando sono entrati? — dissi infine, ridendo.
Aram annuì.
— Le ho viste.
Poi si guardò intorno.
— Ma sai quando mi piace di più questa casa?
— Quando?
— Quando tutti se ne vanno e tu rimani qui.
Appoggiai la testa sulla sua spalla.
La mattina dopo mia suocera telefonò. Chiese se poteva venire: aveva trovato alcuni bulbi di fiori per il cortile.
Con il telefono in mano, guardai Aram.

— Oggi ci riposiamo — dissi. — Venga domenica prossima. Li pianteremo insieme.
— Va bene, cara — rispose. — Domenica prossima.
Posai il telefono sul tavolo.
Fuori, i rami del giovane albero piantato da Aram si muovevano nel vento. Attraverso la finestra della cucina, il sole illuminava il vecchio tavolo di legno.
Presi il mio caffè e aprii la porta sul cortile.



