Dentro Vera era come se si fosse insediato un virus della pulizia: si lava le mani fino a farle sanguinare e non riesce ad addormentarsi senza aver strofinato il fornello.

È pronta a dare la colpa a una zingara malvagia o a una vicina invidiosa, finché per caso non capisce che la sua maledizione è un boomerang per una sola, unica parola grossolana.

– Ma quanto sei sudicia!

Togli quelle zampacce.

Guardami negli occhi, se vuoi sapere la verità, – la voce della vecchia era stridula come un carro senza grasso, ma in essa si sentiva un’autorità che le fece correre i brividi lungo la schiena.

Io, Vera, sollevai un sopracciglio, dipingendo sul viso il massimo grado di scetticismo.

Una zingara della piazza della stazione, che puzza a un chilometro di tabacco scadente e urina di gatto, dovrebbe insegnarmi le buone maniere?

Eppure, stringendo le labbra e spalancando gli occhi in modo ostentato, la fissai comunque.

Che alternativa avevo?

La malasorte mi aveva proprio spinta fino a questa panchina.

– Va bene, guardo, – borbottai tra me e me, nascondendo l’orgoglio nell’angolo più remoto della mia anima sfinita.

– Solo non fissarmi così, o mi farai un buco con lo sguardo.

La vecchia era la mia ultima speranza.

Le ragazze della contabilità, dove mi consumavo sui bilanci, spettegolavano di lei nella zona fumatori.

Dicevano che la megera vedeva ciò che è nascosto agli occhi dei comuni mortali, come se al posto dei cristallini avesse sfere magiche.

Forse avrebbe fatto luce su quello che mi stava succedendo.

Prima la evitavo, considerandola una ciarlatana, finché un paio di mesi fa non ci siamo scontrate frontalmente proprio lì, vicino al passaggio.

Io allora frugavo nella mia borsa senza fondo in cerca del maledetto abbonamento, e lei rovistava nel suo sudicio fagotto di stoffa.

Non ci salutammo neppure, ci scambiammo solo un paio di espressioni poco gentili e ci allontanammo, come due navi nemiche nella nebbia.

E oggi era come spuntata da sotto terra, a sbarrarmi la strada verso la panchina tanto desiderata.

Come se sapesse, la vecchia strega, che sarei strisciata da lei a chiederle aiuto.

– Allora?

– non sopportai più il silenzio.

– Che cosa si vede nella tua sfera di cristallo?

O come divini tu?

Con le monetine?

Ultimamente mi perseguitava una sensazione strana e vischiosa.

Mi sembrava di essere completamente impregnata di sporco.

Sporco fisico, invisibile ma percepibile, come una sottile pellicola d’olio sull’acqua.

Avevo voglia di lavarmi le mani ogni cinque minuti, e la doccia si era trasformata in un rituale serale di purificazione che poteva durare ore.

E la settimana scorsa sono addirittura arrivata in ritardo alla riunione del mattino perché, invece di bere un caffè e mettermi il rossetto, avevo improvvisamente deciso di strofinare con urgenza il fornello in cucina.

Prima avevo un atteggiamento filosofico verso il disordine creativo, pensando che il caos sulla scrivania fosse il segno dell’ordine nella testa.

Adesso invece non riuscivo a chiudere occhio se nel lavandino restava una tazza sporca.

La mia mania cresceva in progressione geometrica, come la pila di lenzuola perfettamente stirate che passavo in rassegna ogni sera prima di dormire.

La zingara ritrasse le mani e se le nascose dietro la schiena, come se potessi rubargliele.

Mi lanciò uno sguardo acuto e si spostò perfino più in là sulla panchina.

– Hai un maleficio addosso, bella mia.

Una cattiveria altrui che ti ha avvolta come una ragnatela.

Adesso vedi sporco dappertutto e ti senti come una discarica ambulante, – sentenziò la vecchia, e le sue parole caddero nel silenzio della piazza come pietre pesanti.

– Ma tu lo senti anche da sola, vero?

– Lo immagino, – sibilai tra i denti, sentendo l’irritazione ribollire dentro.

– E cosa dovrei fare, secondo te?

Recitare formule alla luna calante?

O comprare un rospo morto?

– Ma tu hai bisogno di chi ha mescolato tutto questo.

Della fonte, – la vecchia parlava per enigmi, e questo irritava ancora di più.

– E dove dovrei trovarla, questa fonte?

– sbottai, senza trattenermi.

– Qui la grande specialista di magia e di tutta questa diavoleria sei tu!

Dovresti dirmelo tu!

La zingara tacque.

Il suo viso rugoso, simile a una mela cotta, si immobilizzò in una smorfia pensosa.

Si vedeva come nei suoi occhi vecchi combattevano pietà, rabbia e, sembrava, paura.

– Metti una moneta, – espirò infine.

– Ma appoggiala sulla panchina, non darmela in mano.

Non c’è bisogno di far passare attraverso di me l’energia del denaro.

Torna tra due giorni.

Ti procurerò un’acqua speciale, incantata.

Ti laverai con quella prima di andare a dormire.

Ti laverà via tutta la lordura di dosso, come se fosse buccia.

Appoggiai in silenzio una banconota sulla tavola sporca della panchina e, senza salutare, mi allontanai.

Nella testa vorteggiava un turbine di volti di colleghi, conoscenti, ex fidanzati: chi di loro poteva essere così abile da mandarmi addosso questa disgrazia?

Ma quei pensieri affogarono presto in un altro flusso, più urgente.

Mi sorpresi a comporre mentalmente un piano di pulizie generali: prima le pentole, fino a farle brillare, poi l’argenteria da tavola, e infine il servizio buono che prende polvere nella credenza.

Ma che mi sta succedendo?

Mi fermai in mezzo al marciapiede e scossi forte la testa, scacciando quell’ossessione.

– Due giorni, – sussurrai come un mantra.

– Solo resistere due giorni.

Sono forte, ce la farò.

A casa mi accolse il solito silenzio, che ora non sembrava accogliente ma opprimente.

Mi tolsi le scarpe e, senza nemmeno cambiarmi, mi precipitai a prendere il mocio.

I pavimenti splendevano di pulito, ma non mi diedero alcuna soddisfazione.

Allora andai sotto la doccia.

Mi strofinai con una spugna ruvida con una tale furia, come se volessi cancellarmi la pelle, finché sul corpo non comparvero segni violacei.

Dopo essermi calmata con una crema idratante alla lavanda, crollai in poltrona.

Non riuscii a rilassarmi neppure per un secondo.

Il mio sguardo, come calamitatо, fu attratto dalla finestra.

Sul tulle, proprio nell’angolo, si vedeva una macchiolina appena percettibile.

Possibile che mi fosse sfuggita?

– Che vergogna, – borbottai, già alzandomi per prendere il ferro da stiro e l’asse da stiro.

Ma in quel momento alla porta esplose un suono insistente, quasi isterico, del campanello.

Sulla soglia c’era la vicina del quarto piano, Alisa.

Una bionda appariscente con un viso eternamente preoccupato.

– Verunya, ciao!

Salvami, – iniziò a parlare a raffica, senza darmi il tempo di dire una parola, e mi infilò in mano una scatola di cioccolatini.

– Ti prego, stai un po’ col bambino!

Il mio cliente è un mostro, pretende correzioni, e Slavka è in ritardo in cantiere.

E io devo correre dalla stylist, ho un buco tra un’ora, ho aspettato l’appuntamento per sei mesi!

– Alisa parlava in fretta, lanciando occhiate da tutte le parti.

– Oh, e da te è come in una sala operatoria!

Brilla tutto!

Prima mi sembrava più semplice…

– Certo che ci sto, – mi rallegrai perfino.

L’appartamento altrui mi avrebbe salvata dal mio.

– Sono fuori di me.

Lavo, pulisco, strofino.

Non riesco a fermarmi.

Mi sembra che tutto intorno sia sporco, e io stessa… come se venissi da una discarica.

Mentre salivamo al quarto piano in ascensore, raccontai brevemente ad Alisa la storia della zingara e del “maleficio”.

– Vera, sei una donna intelligente, e credi a queste sciocchezze, – Alisa si toccò la tempia facendo il gesto del matto mentre apriva la porta con la chiave.

– È un classico!

Disturbo ossessivo-compulsivo.

Il mio ex aveva la stessa roba, solo che controllava di continuo se aveva chiuso la porta.

Tu devi andare da un neurologo!

Entra, Dimka è in camera, sta montando i lego.

– DOC allora?

– sorrisi entrando.

– E non eri proprio tu, Alisa, il mese scorso, a correre da un sensitivo per fare un filtro d’amore al capo così ti dava il premio?

– È tutta un’altra cosa!

– tagliò corto Alisa, afferrando la borsa.

– Va bene, io scappo!

Bevi tè, mangia cioccolatini.

Dimka non è schizzinoso.

Se serve, Slavka arriva presto!

Scattò la serratura e rimasi sola in un appartamento non mio.

Prima diedi un’occhiata a Dimka, un bambino di circa sette anni che costruiva qualcosa concentratissimo sul tappeto, mi fece un cenno con la mano e tornò subito al suo costruttore.

Andai in cucina.

Mi versai del tè dalla teiera e stavo già per tuffarmi nel telefono quando il mio sguardo si fermò sull’anta di un pensile.

Era… beh, non proprio sporca, ma c’era senza dubbio un sottile strato di unto che un panno normale non avrebbe tolto.

Chiusi gli occhi.

Li riaprii.

L’unto era ancora lì.

– No, – sussurrai.

– Sono ospite.

Non lo farò.

Ma la mia mano si stava già allungando da sola verso il ripiano sotto il lavandino, dove Alisa, come ogni brava padrona di casa, teneva un arsenale di prodotti per la pulizia.

Mi infilai i guanti di gomma, trovai uno spray per le superfici della cucina e… cominciò.

Mezz’ora dopo, quando Slavka, il marito di Alisa, entrò stanco dalla porta, tutte le ante della cucina brillavano come specchi.

– Vera?

– Slavka si bloccò sulla soglia togliendosi gli stivali e mi fissò, in piedi in mezzo alla cucina con i guanti e uno straccio in mano.

– Ma che fai?

E dov’è Alisa?

– Ehm… – arrossii fino alle orecchie, sentendomi una scolara colta a fare una marachella.

– Mi annoiavo!

Ti aspettavo.

Va bene, io vado, Dimka sta bene, dorme già quasi.

Ciao!

Schizzai in corridoio come una pallottola, presi la giacca e scappai a casa mia.

Mi stavo già lavando i denti prima di dormire quando su WhatsApp arrivò un messaggio di Alisa:

«Verunya, sei un tesoro!

Mi hai pulito la cucina da farla brillare!

Ho un altro posticino interessante per te: il nostro balcone.

Non vuoi passare domani per un tè?

Ti faccio vedere che meraviglia di disordine creativo c’è lì )))».

Pungolai lo schermo con rabbia, digitando la risposta:

«Molto spiritosa, Alisa».

Subito dopo arrivò un altro messaggio, già più serio:

«Dai, scusa.

Grazie mille davvero!

Passa domani sera, sul serio.

Slavka porterà Dimka dai suoi, stiamo un po’ insieme, chiacchieriamo da donne, beviamo un po’ di vino».

Ci pensai.

E perché no?

Ho davvero bisogno di distrarmi, altrimenti finirò sicuramente a lavare le finestre o, peggio ancora, il lampadario.

La sera dopo varcai la soglia dell’appartamento di Alisa con la ferma intenzione di rilassarmi e non toccare alcun attrezzo per le pulizie.

Alisa mi accolse in vestaglia di seta, in salotto suonava una musica piacevole, sul tavolino fumavano tazze di tè e c’era una bottiglia di buon cognac già aperta.

– Entra, eroina del lavoro!

– sorrise, abbracciandomi.

Parlammo di lavoro, di uomini, di quanto sia difficile conciliare carriera e famiglia.

Bevevo cognac, ma invece di rilassarmi mi aumentava solo il calore interiore.

E poi il mio sguardo cadde sul paraschizzi sopra il fornello.

Piastrelle bianche, sulle quali, come una mappa stellare, affioravano puntini gialli di grasso vecchio e schizzi di salsa.

Distolsi lo sguardo.

Feci un sorso di cognac.

Ma quell’immagine mi restava davanti agli occhi.

Cominciai a tremare.

– Alis, dov’è lo straccio?

– mi sfuggì.

– Cosa?

– non capì lei.

Non resistetti.

Balzai in piedi, trovai uno straccio, il prodotto per il fornello e mi misi a strofinare il paraschizzi.

Alisa sospirò, si versò altro cognac e continuò a raccontare di come al lavoro cercassero di farle le scarpe.

Un’ora dopo la cucina brillava.

Il paraschizzi, il fornello, la cappa, perfino le manopole del fornello erano lucidate a specchio con uno spazzolino da denti che avevo trovato in bagno (nuovo, naturalmente).

– Grazie, Verunčik, – disse Alisa con un’intonazione strana.

– Sei davvero una manna dal cielo.

Se non fosse per il tuo… hobby, io non sarei arrivata alle pulizie generali nemmeno tra un anno.

E lì fu come se mi avessero versato addosso acqua bollente.

Hobby?

La guardai, guardai il suo viso soddisfatto e rilassato, e nella mia testa si accese un sospetto folle, mostruoso.

Dopotutto è lei che mi invita sempre a casa.

È da lei che ci sono sempre un sacco di cose da fare e disordine.

E io, come una stupida, vengo e… metto tutto in ordine.

Gratis, bene e con entusiasmo.

Ma è un piano perfetto!

Lanciare un maleficio su una zitella fissata con la pulizia, e avrai un appartamento sempre pulito, basta comprare cioccolatini.

– Di niente, – sibilai tra i denti, sfilandomi i guanti con furia.

Dentro ribolliva tutto per l’offesa e la rabbia.

Al mattino, appena aspettato l’alba, volai alla stazione.

La zingara era al suo posto abituale.

Nelle mani teneva una bottiglia di plastica torbida con acqua altrettanto torbida, sul fondo della quale galleggiava un sedimento scuro.

La bottiglia era così sporca che prenderla in mano faceva fisicamente schifo.

– Sarebbe per me, quella?

– feci una smorfia, indicando la bottiglia con il mento.

– Per te, bella mia, – la vecchia sorrise con la bocca sdentata e posò la bottiglia sulla panchina.

– Ti laverai la faccia ogni sera con quest’acquetta finché non finisce.

Allora il maleficio passerà.

Tutto tornerà come prima.

Trattenendo il respiro, presi la bottiglietta con due dita dal collo.

Mi venne quasi da vomitare al solo aspetto di quella brodaglia.

– So chi è stato, – sbottai, guardando la zingara dritta negli occhi.

– La mia vicina, Alisa.

È stata lei, vero?

Dimmelo, devo sapere la verità.

Non per vendicarmi, voglio solo cancellarla dalla mia vita.

La zingara sospirò pesantemente e le sue spalle si afflosciarono.

– Vai, ti dico.

Lavati, e tutto si sistemerà, – fece un gesto con la mano, voltandosi.

– No, aspetta!

– tirai fuori dal portafoglio alcune banconote e le agitai davanti al suo viso.

– Dimmi la verità!

Alisa?

La vecchia si voltò lentamente.

I suoi occhi, pieni non so se di rimpianto o di sollievo, incontrarono i miei.

– Non è Alisa, – disse piano.

– Non cercare colpevoli fuori.

Sono stata io.

Sono io che ti ho fatto il maleficio.

Rimasi impietrita, a bocca aperta.

Era come se mi avessero tolto l’aria dai polmoni.

Questa vecchia mezza matta?

Per cosa?

– Non ti ricordi, a quanto pare, di come ci siamo scontrate un paio di mesi fa?

– cominciò lei, senza guardarmi, fissando l’asfalto grigio.

– Io rovistavo nella mia sacca, tu nella tua borsa.

Una sciocchezza, eh?

E invece no.

Ti ricordi cosa mi hai gridato dietro?

Cercai freneticamente di far tornare alla memoria quel giorno.

Niente di preciso.

– Non ho detto niente, – risposi smarrita.

– Me ne sono andata.

– L’hai detto, – scosse testardamente la testa la zingara.

– “Togliti di mezzo, spaventapasseri sporco.

Mi hai tutto sporcato il vestito con il tuo fagotto puzzolente.

Come faccio adesso a farmi vedere dalla gente?” – la vecchia finalmente alzò gli occhi su di me, e in essi ardeva un’offesa antica, incrostata.

– Parole tue.

Le ho ricordate bene.

Non è la prima volta che mi danno della sporca.

Ci sono abituata.

Ma tu… in te c’era tanto disgusto, tanto odio, come se io non fossi una persona ma uno scarafaggio.

Ho deciso di darti una lezione.

Volevo che capissi sulla tua pelle cosa significa essere sporca, essere un’emarginata da cui tutti si scansano.

Ma a quanto pare ho esagerato un po’.

La rabbia in me è stata più forte della saggezza.

Ed è andata come è andata.

Per questo ti do quest’acqua.

Riporto tutto com’era.

Restai lì, stordita.

Quel mattino riemerse nella memoria.

Avevo litigato con il capo, perso l’autobus, rovesciato il caffè sulla camicetta…

Ero un grumo di nervi e rabbia.

E quella vecchia mi era semplicemente capitata sotto mano.

– Io… non l’ho fatto per cattiveria… – sussurrai, sentendo il rossore della vergogna salirmi alle guance.

– Era solo una mattina storta.

Me la sono presa con lei.

– Bisogna controllare le parole, – osservò filosoficamente la vecchia.

– Io e te entrambe.

Anch’io, d’impulso, ho buttato lì un incantesimo, senza pensare a cosa ne sarebbe venuto fuori.

E così abbiamo pagato tutte e due.

Tu — la mania, io — i rimorsi.

Siamo pari, a quanto pare.

– E adesso?

– chiesi piano, sentendo la rabbia andarsene e lasciare un vuoto strano.

– E adesso lavati.

Passerà tutto.

E vai avanti a vivere, – fece un gesto con la mano la vecchia.

– Grazie, – espirai, e quella parola mi costò fatica.

– Mi perdoni… se può.

– E tu perdona me, – annuì la zingara, e per la prima volta il suo viso non mi sembrò cattivo e beffardo, ma semplicemente stanco e vecchio.

– Vai ormai.

Non prese i soldi.

Si alzò soltanto e, leggermente curva, si dissolse nella folla del mattino che andava di fretta per i propri impegni.

La gente si scostava da lei, qualcuno faceva smorfie di disgusto, qualcuno si voltava dall’altra parte.

Ma nessuno le disse una parola.

Forse avevano paura.

O forse, come me adesso, sapevano che dietro la sporcizia esterna può nascondersi la saggezza, e dietro una scortesia casuale può celarsi un dolore profondo e antico.

A casa guardai a lungo la bottiglia torbida.

Poi versai l’acqua in una bacinella, chiusi gli occhi e, trattenendo il respiro, immersi il viso in quella schifezza.

L’acqua fredda, che odorava di melma e di qualcosa di amaro, bruciò la pelle.

Ripetei quel rituale ogni sera.

E a poco a poco, giorno dopo giorno, il velo mi cadde dagli occhi.

Andai da Alisa e bevvi tranquillamente, con un sorriso, una tazza di tè con lei, senza notare la polvere sulla cornice.

Smettei di vedere lo sporco.

Il mondo intorno tornò di nuovo normale — in alcuni punti pulito, in altri no, ma vivo e reale.

E soprattutto, smisi di sentirmi sporca.

Tornai a essere semplicemente Vera.

E in questa nuova, pulita sensazione di me stessa, compresi all’improvviso una cosa semplice, che avevo capito grazie a quella strana vecchia.

La zingara disse che aveva rimesso tutto com’era.

Ma si sbagliava.

Tutto era diventato diverso.

Quell’acqua, torbida e spaventosa, non aveva lavato via solo il maleficio.

Aveva lavato via la Vera altezzosa e disgustata che poteva chiamare un’altra persona “spaventapasseri sporco” solo perché aveva avuto una giornata storta.

Adesso, passando accanto alle panchine dove siedono i senzatetto, non mi volto dall’altra parte.

Li vedo.

Non vedo lo sporco, ma la stanchezza.

Non la povertà, ma il destino.

E la zingara non l’ho più incontrata.

Dicono che sia andata dai parenti in un’altra città.

Ma a volte, nel silenzio della sera, apro il rubinetto dell’acqua normale, pulita, e mentre mi lavo il viso sussurro nel vuoto:

– Grazie.

Per tutto.

E mi sembra che da qualche parte lontano, forse dall’altra parte del paese, una donna anziana, lavandosi il viso prima di dormire, sorrida in risposta.

Perché la pulizia non è solo fuori.

È dentro.

E la vera sporcizia non è la polvere sul davanzale, ma la durezza e la rabbia nel cuore.

È proprio questo che ho capito, guardando il mio riflesso nello specchio pulito e finalmente tranquillo.