Tre giorni dopo il funerale di mia moglie, mia madre si sedette davanti a me e disse:
— Non riuscirai a crescerle entrambe da solo, Aram. Devi darne via almeno una.
Ero seduto sul divano e stavo dando il biberon alle mie bambine.
Una era appoggiata nell’incavo del mio braccio sinistro, l’altra in quello destro.

Le loro piccole dita stringevano i biberon, e io avevo paura perfino di muovermi.
— Darla a chi, mamma?
Lei distolse lo sguardo.
— C’è una brava famiglia. Desiderano un figlio da anni. Quella piccola avrà tutto con loro.
Guardai le mie figlie.
Avevano sette settimane.
Non avevo ancora imparato a cambiare il pannolino a una senza che l’altra si mettesse a piangere.
E già avrei dovuto scegliere quale delle due sarebbe rimasta mia figlia.
— Ti rendi conto di quello che stai dicendo?
— Sto cercando di salvarti.
In quel momento bussarono alla porta.
Sulla soglia c’era Mane, la sorella maggiore di mia moglie.
Teneva in mano una busta bianca.
Appena la vide, mia madre si alzò.
— Non è il momento adatto.
Mane entrò.
— È proprio questo il momento adatto. Aram deve sapere che cosa hai fatto.
Fino a quel giorno pensavo di aver già ricevuto la telefonata più terribile della mia vita.
Nare era stata portata in ospedale al mattino.
La sera prima era stata più silenziosa del solito, ma quando le avevo chiesto che cosa fosse successo, aveva sorriso.
— Sono stanca. Ne parliamo domani.
La mattina presto ero uscito per andare al lavoro.
Mia madre era venuta ad aiutare con le bambine.
Due ore dopo mi aveva telefonato.
— Nare si è sentita male. L’ha portata via l’ambulanza.
In ospedale, il medico mi aveva detto che era insorta una grave complicazione cardiaca.
Avevano cercato di salvarla.
Non ricordo le altre parole.
Ricordo soltanto che sullo schermo del telefono c’era il suo ultimo messaggio:
«Porta presto a casa le bambine. Mi mancano già».
Dopo il funerale, la casa era piena di persone, ma io sentivo soltanto i suoni che non c’erano più.
Il rumore delle pantofole di Nare sul pavimento.
Il suo canto sommesso durante le poppate notturne.
Il mio nome, chiamato dalla cucina.
Ora Mane era in piedi in salotto, e mia madre cercava di strapparle la busta di mano.
— Non trasformare il dolore della famiglia in uno spettacolo.
— Allora raccontaglielo tu.
Adagiai con cautela le bambine accanto a me, sui cuscini che avevo preparato.
— Raccontarmi che cosa?
Mane mi porse la busta.
Dentro c’erano la copia stampata di un bonifico bancario e alcune schermate di messaggi.
Lessi la prima frase due volte.
«Il padre è in un momento molto difficile. Datemi un po’ di tempo. Lo convincerò».
Il messaggio era stato inviato da mia madre.
— Che cos’è questa roba?
Lei cominciò subito a parlare:
— Avete capito male. Volevano soltanto aiutare.
— Chi?
— Dei parenti di alcuni miei conoscenti.
Mane indicò la ricevuta del bonifico.
— E perché ti hanno mandato questi soldi?
Mia madre rimase in silenzio.
Guardai la cifra.
Per guadagnare una somma del genere dovevo lavorare per mesi.
— Mamma.
— Era un prestito.
— Allora perché nel messaggio c’è scritto: «Il resto dopo aver sistemato i documenti»?
Si sedette.

Per qualche secondo si sentì soltanto il ticchettio dell’orologio.
Poi disse qualcosa che mi gelò dentro.
— Non vi rendevate conto dei problemi in cui vi eravate cacciati. Due bambine, il mutuo, Nare che lasciava il lavoro… Vedevo dove stava andando la vostra vita.
La sorella di Nare tirò fuori il telefono dalla borsa.
— Mia sorella mi ha mandato questo due giorni prima di morire.
Sullo schermo c’era un messaggio vocale di Nare.
Quando sentii la sua voce, le mani cominciarono a tremarmi.
«Mane, non so che cosa fare. Mia suocera ha ricominciato a parlare di dare una delle bambine ad altre persone. Dice che non c’è niente di male a separare due gemelle, che sono piccole e non se lo ricorderanno. Non l’ho ancora detto ad Aram. Litigherebbe con sua madre, e io adesso non ne ho la forza. Ma domani glielo dirò. Questo non è più un aiuto».
La registrazione finì.
Rimasi a lungo a fissare lo schermo spento.
Nare non me l’aveva detto.
Avrebbe voluto farlo.
Quella sera, quando le avevo chiesto che cosa fosse successo, stava ancora cercando le parole.
— Sapevi che lei era contraria — dissi.
Mia madre scoppiò a piangere.
— Pensavo a te.
— E adesso, dopo la sua morte, hai deciso di provarci di nuovo?
Allungò una mano verso una delle piccole.
Per la prima volta, allontanai mia figlia da lei.
— Oggi te ne vai.
— Sono tua madre.
— Lo so. È proprio per questo che non riesco a capire.
Quella sera Mane rimase con noi.
A turno scaldavamo il latte, cambiavamo i pannolini e lavavamo i piccoli biberon.
A mezzanotte mi sedetti sul pavimento della cucina e scoppiai a piangere.
— Non so come fare — confessai.
Lei si sedette accanto a me.
— Parli di stanotte?
Scossi la testa.
— Di tutta la vita.
— Affrontiamo questa notte. Poi penseremo a domani.
La mattina dopo portai i messaggi e la copia del bonifico a un avvocato.
Mane raccontò che glieli aveva inviati proprio la donna che aveva trasferito il denaro.
Si scoprì che mia madre l’aveva convinta che stessimo già valutando di dare una delle bambine in adozione e che fossimo vicini a un accordo.
Quando quella donna aveva telefonato a Mane per farle le condoglianze, era venuto fuori tutto.
Della restituzione del denaro si occupò l’avvocato.
Chiesi che nessuno mi telefonasse mai più con quella proposta.
E poi cominciò la vita con cui tutti avevano cercato di spaventarmi.
Sì, era difficile.
Una volta mi addormentai sulla sedia della cucina mentre scaldavo il latte.
Il giorno della prima vaccinazione delle bambine dimenticai la giacca e tremai di freddo per tutto il tragitto.
Una mattina ero così sfinito che, dopo aver rovesciato il caffè sui vestiti puliti, mi sedetti e mi misi semplicemente a ridere.
Ma arrivò anche l’aiuto.
Mane veniva la sera.
La vicina lasciava una pentola di minestra davanti alla porta.
Il mio datore di lavoro modificò temporaneamente i miei orari.
Imparai a chiedere aiuto senza vergognarmi.
Mia madre continuò a telefonare per mesi.
Rispondevo raramente.
Non promettevo una riconciliazione.
Le dissi soltanto che un giorno avremmo potuto parlare, se fosse riuscita ad ammettere quello che aveva fatto senza giustificarlo con l’amore che provava per me.
Per il primo compleanno delle bambine misi sul tavolo una fotografia di Nare.
La torta era venuta storta.
Una delle due candeline non voleva accendersi.
Le mie figlie cercavano a turno di infilare le dita nella crema.
Mane ci scattò una foto.

Ero seduto sullo stesso divano, con entrambe le bambine in braccio.
Una mi stringeva il colletto, l’altra teneva la fede della sua mamma, che portavo al collo appesa a una catenina.
Più tardi guardai a lungo quella fotografia.
Un anno prima, seduto in quello stesso posto, avevo paura di muovermi.
Adesso le mie figlie dormivano tranquille tra le mie braccia.
Posai il telefono e rimasi immobile.
Questa volta, per non svegliarle.



