— Da dove prendi i soldi? Pensavo che senza di me saresti finita male…

Oksana non capì subito che fosse proprio LUI.

All’inizio notò solo una sagoma sulla panchina vicino all’ingresso — curva, nervosa, irritata, come se fosse stata ricoperta di vernice grigia.

Ma quando l’auto su cui viaggiava si fermò dolcemente davanti a casa, quella sagoma si alzò di scatto e cominciò ad agitare la mano, come per scacciare dei moscerini.

Lei scese dall’auto, si sistemò il cappotto, prese tra le mani un enorme mazzo di rose, e solo allora riconobbe il volto.

— Kostja? — la sua voce era più fredda del vento di novembre.

L’ex marito si alzò e, senza nascondere il disgusto, disse:

— Mi servono i documenti. Dove sei stata? È già un’ora che aspetto!

Oksana guardò svogliatamente le sue rose, poi lui:

— Ti ho detto al telefono che non sarei stata a casa.

Sei stato tu a decidere di stare seduto qui al gelo.

— Da chi sono i fiori? — Kostja fece una smorfia, come se il mazzo lo avesse offeso.

— Non è affar tuo.

Oksana gli passò accanto con calma, senza nemmeno offrirgli di entrare.

La sua tranquillità lo faceva infuriare ancora di più, e lui non resse:

— Entro lo stesso.

Devo prendere i documenti.

— Puoi entrare.

Ma solo per i documenti, — tagliò corto lei.

Salirono in appartamento.

E lì Kostja rimase impietrito.

L’appartamento splendeva — mobili di design, tende nuove, una luce calda e morbida.

— E questa che sarebbe, una reggia? — chiese, quasi minaccioso.

— Da dove vengono i soldi?

— Hai preso i documenti? — domandò Oksana con calma.

— Non sviare.

Voglio sapere chi paga tutto qui dentro!

— Non mi riguarda più.

E te — men che meno.

Lei lo spinse praticamente fuori dalla porta.

Kostja sbatteva le palpebre, smarrito, come se avesse preso un colpo allo stomaco.

Quando la porta si chiuse, lui sibilò:

— Ma chi ti vuole… alla tua età…

Eppure, in fondo all’anima, si mosse una paura che non voleva ammettere: lei gli era tornata interessante.

Oksana ricordò il giorno in cui tutto crollò — e allo stesso tempo la liberò.

Quel giorno tornò a casa a pranzo: la pressione le era scesa, la testa le girava.

Aprì la porta — e sentì delle risate.

Maschili.

E femminili, squillanti.

Si avvicinò alla camera da letto e il cuore iniziò a tremare, come se lo avessero infilato in una lavatrice centrifuga.

— Kristina, smettila… potrebbe tornare, — sentì una voce maschile smorzata.

— Ma che fai… va bene, però in fretta…

E poi — dei gemiti.

Oksana aprì la porta.

Davanti ai suoi occhi — una giovane studentessa del terzo anno, quasi una ragazzina, mezza svestita, e Kostja, che non provò nemmeno a scostarsi o a coprirsi.

— Ecco fatto, Oksana Andreevna, ora ha capito tutto, — sogghignò lui.

— Se vuoi, divorzia.

Io non ho nulla in contrario.

— Konstantin Pavlovich… noi… — balbettò la studentessa.

— Zitta.

Andrà tutto bene, — le buttò lì.

Poi si voltò verso la moglie e disse:

— Lo sapevi da tempo che tra noi… be’, non è che andasse granché.

Facciamola finita in modo civile.

Oksana non disse nulla.

Si avvicinò solo all’armadio, iniziò a buttare le sue cose sul pavimento e disse una sola cosa:

— Fuori di qui.

Allora lui si comportava da vincitore.

— Senza di me sei finita!

— Ti porterò via tua figlia in tribunale!

— Dirò a tutti che mi hai tradito!

Ora, tre mesi dopo, stava sotto la sua porta con un enorme mazzo di fiori e lo sguardo da cane bastonato.

— Oksana, hai sentito cosa va raccontando di te? — si indignava Olesja, la sua migliore amica.

— L’ho sentito, — sorrideva Oksana, versandosi il tè.

— Dice che sei stata tu a tradirlo!

Che ti ha lasciata perché sei una sregolata che beve!

Oksana rise con una sincerità tale che perfino l’amica tacque.

— Che dica pure quello che vuole.

Le persone che mi conoscono non ci crederanno mai.

Gli altri non contano.

— Ma ti getta fango ovunque!

Al lavoro, tra i conoscenti…

— Olesja, — la guardò dritta negli occhi, — ormai non mi ferisce più.

Lui è passato.

Io finalmente vivo in modo normale.

— Sei cambiata, — sospirò l’amica.

— Sei ringiovanita, sei più bella… è come se avessi iniziato a respirare.

— Sai perché? — ghignò Oksana.

— Perché in casa non c’è più una persona che ogni giorno mi diceva quanto fossi inutile.

Kostja era seduto nella cucina di un amico e bagnava nervosamente una bustina di tè nella tazza.

— Ti rendi conto, un qualche bastardo le ha portato i fiori! — si lamentava.

— E ha fatto pure la ristrutturazione.

E frequenta appuntamenti!

— E a te che importa?

Vi siete divorziati, — scrollò le spalle l’amico.

— Non è questo! — alzò la voce Kostja.

— Lei è… insomma… la mia ex moglie.

Che figura ci faccio io?

— Quella di un uomo che vede una donna indipendente andare avanti.

— Lei non ha mai… lei senza di me… — si interruppe.

L’amico sorrise appena:

— Ah, ecco.

Pensavi che senza di te sarebbe finita male?

Kostja diede un colpo al tavolo con il palmo.

— Doveva starsene da sola!

Ha un figlio, l’età… chi se la prende?!

— A quanto pare qualcuno sì, — sghignazzò l’amico.

Kostja sentì il suo mondo sprofondare.

Ripensò a Kristina — bella, ma inutile.

Con lei ci si divertiva per un paio di mesi, ma vivere insieme?

Non sapeva nemmeno farsi un uovo al tegamino.

E Oksana era sempre stata affidabile.

Accogliente.

Di casa.

Silenziosa.

E, da qualche parte in profondità, lui sapeva: era l’unica persona che lo avesse davvero amato.

Solo che allora non lo apprezzava.

Il giorno dopo Kostja tornò di nuovo alla sua porta — con una camicia pulita, il gel nei capelli e un mazzo di rose rigogliose, come se stesse andando al primo appuntamento.

Suonò.

Oksana aprì dopo un minuto — calma, composta, sicura di sé.

— Che cosa vuoi?

— Sono per te, — provò a porgerle il mazzo.

— Portatele via.

Io sono allergica al circo.

— Sono venuto… be’, a fare pace, — borbottò lui.

— Con chi?

— Con te!

— Ma noi abbiamo divorziato.

— E allora?

Possiamo ricominciare da capo.

Lei rise, ma non più offesa: quasi con pietà.

— Konstantin, tre mesi fa mi cacciavi di casa e urlavi che non servivo a nessuno.

— Be’… — deglutì lui.

— Ho esagerato.

— Mi hai tradita per anni.

— Questo… be’… non era niente di serio.

— Mi umiliavi.

— Avevo torto.

— Dicevi che senza di te io e nostra figlia saremmo finite male.

— Be’, io allora…

— Kostja.

Vuoi dire che adesso hai capito tutto?

— Sì.

Si avvicinò a lei, cercando di sembrare sincero:

— Proviamoci un’altra volta.

Sarò diverso.

Davvero.

— No, Kostja, non hai capito.

Sono io che sono diventata diversa.

Lui voleva dire qualcosa, ma in quel momento dalla stanza si sentì una voce maschile:

— Oksan, chi c’è?

Kostja si bloccò.

Dalla stanza uscì un uomo alto e robusto, mentre si allacciava la cintura dell’accappatoio.

— Problemi? — chiese con calma, guardando Kostja.

— Chi… è? — sussurrò l’ex.

— È il mio uomo, — rispose Oksana tranquilla.

— E tu… sei il passato.

Kostja sentì il mondo rotolare a pezzi.

Abbassò il mazzo.

Le rose caddero a terra, come teste mozzate.

— Te ne vai da solo? — chiese l’uomo.

— O ti aiuto?

Kostja indietreggiò d’istinto.

— E portati via la tua scopa, — gridò Oksana mentre lui correva giù per le scale.

Non si fermò.

Fuori, Kostja si sedette sulla stessa panchina dove l’aveva aspettata un’ora prima.

In mano stringeva un gambo di rosa stropicciato.

«Come ha potuto?..» pensava.

Ma la verità era una sola — era stato lui a distruggere tutto ciò che aveva.

Era stato lui a portarla alle lacrime, poi alla disperazione, e poi a una decisione che le aveva cambiato la vita in meglio.

Ricordò come la chiamava:

— gallina;

— isterica;

— inutile;

— brutta;

— una donna di cui nessuno si interesserebbe.

E ora accanto a lei c’era un uomo che la guardava come lui non l’aveva mai guardata nemmeno una volta.

«Che peccato…» sussurrò.

Ma il rimpianto arrivò troppo tardi.

Oksana era alla finestra del suo appartamento e lo osservava andarsene.

Sul suo volto non c’erano né rabbia né compiacimento — solo una lieve tristezza.

— Tanti anni buttati via, — disse piano.

Ma, chiudendo la finestra, sorrise.

Perché per la prima volta dopo tanti anni si sentiva libera, desiderata e davvero viva.